Equo compenso nei servizi di ingegneria e architettura: presidio essenziale a garanzia della qualità dell’opera pubblica.

Di recente, sulla Nuova Rivista Trimestrale degli Appalti, ho avuto modo di commentare, insieme all’Avv. Luca Maria Petrone, la circolare CNI n. 332/XX Sess. /2025 del 16 settembre 2025 e la sentenza del Consiglio di Stato 3 luglio 2025, n. 5741, alla luce del d.lgs. 31 dicembre 2024, n. 209. E’ stata l’occasione per affrontare il delicato tema dell’equo compenso nei servizi di ingegneria e architettura, con particolare attenzione al rapporto tra qualità della prestazione professionale, principio del risultato e disciplina dei contratti pubblici.

Si tratta di una questione che, negli ultimi mesi, ha assunto una centralità crescente nel dibattito tra operatori, stazioni appaltanti, professionisti e interpreti del nuovo Codice dei contratti pubblici. La ragione è evidente: in tema di servizi tecnici di ingegneria e architettura nel campo degli appalti pubblici, la misura del compenso non rappresenta soltanto il corrispettivo dovuto al professionista. Esso costituisce anche, e direi soprattutto, uno degli strumenti attraverso cui l’amministrazione si assicura che la progettazione, la direzione lavori, il coordinamento della sicurezza e le ulteriori prestazioni specialistiche siano svolte con adeguatezza, responsabilità e qualità. In altri termini, l’equo compenso non è un tema meramente tariffario, ma piuttosto un fattore di qualità della funzione tecnica posta a servizio dell’interesse pubblico.

L’articolo muove da una considerazione di fondo: l’opera pubblica nasce prima nel progetto e solo successivamente nel cantiere. Ma vi è di più, il progetto affidato attraverso i SIA è solo uno dei tasselli del più ampio concetto di “progetto dell’opera pubblica”, dove il principio del risultato si concretizza solo attraverso una ordinata sequenza di fasi tra di loro concatenate, che partono dalla programmazione e definizione dei fabbisogni, per arrivare all’esecuzione, al collaudo e alla gestione dell’opera, attraversando numerosi step procedimentali, tra i quali l’affidamento dei servizi di ingegnerizzazione.

Qui spesso si annidano le maggiori criticità e i rischi per la collettività. Una progettazione insufficiente, frettolosa o sottostimata può generare criticità molto rilevanti nella fase esecutiva: varianti, riserve, sospensioni, contenziosi, aumento dei costi, slittamento dei tempi e perdita di efficacia dell’intervento pubblico. Da questo punto di vista, il risparmio ottenuto comprimendo il compenso dei servizi di ingegneria e architettura può rivelarsi solo apparente. Un affidamento costruito esclusivamente sulla riduzione del prezzo rischia di trasferire nella fase esecutiva costi molto più elevati di quelli apparentemente risparmiati in sede di gara. Nella pratica degli appalti pubblici, molte patologie emergono proprio da una debolezza originaria della fase progettuale: indagini insufficienti, interferenze non risolte, computi non coerenti, cronoprogrammi non realistici, carenze di coordinamento, sottovalutazione dei rischi. Tutte criticità che hanno un costo, spesso pesantissimo, che quasi sempre si manifesta nella fase più delicata, quella dell’esecuzione.

Per questo motivo, parlare di equo compenso significa parlare anche di prevenzione delle varianti, delle riserve e del contenzioso. Ed è proprio in questa prospettiva che l’equo compenso assume una funzione sistemica: non solo proteggere il professionista, ma prevenire il deterioramento della qualità progettuale.

Nel contributo abbiamo richiamato il collegamento tra equo compenso e “qualità delle prestazioni professionali”, evidenziando come un compenso proporzionato non costituisca un privilegio del professionista, ma una condizione necessaria perché la prestazione sia effettivamente adeguata alla complessità dell’incarico. A tal merito il principio del risultato declinato all’art. 1 del codice degli appalti, non può essere letto soltanto come esigenza di accelerazione o di semplificazione procedurale, ma piuttosto come necessità di realizzare opere pubbliche utili, funzionali, sostenibili, correttamente progettate e correttamente eseguite.

Da questo punto di vista, l’equo compenso diventa un vero presidio del principio del risultato. Se la progettazione è sottopagata, se i tempi assegnati sono incongrui, se la concorrenza si concentra soltanto sulla riduzione del prezzo, il rischio è quello di indebolire proprio il presupposto tecnico del buon esito dell’appalto. Una stazione appaltante che remunera correttamente i servizi tecnici non sta semplicemente adempiendo a un obbligo verso il professionista. Sta investendo sulla qualità dell’intervento, sulla riduzione del rischio esecutivo e sulla prevenzione del contenzioso.

Nell’articolo trattiamo anche ulteriori aspetti tecnico-giuridici come il c.d. “ribasso mascherato”, la tenuta della “regola 65/35” – introdotta dal correttivo al codice – e l’importanza di un confronto competitivo sulla qualità del servizio atteso. Per le stazioni appaltanti, infatti, il tema dell’equo compenso non deve essere vissuto come un vincolo formale o come un aggravio procedurale. Al contrario, deve essere considerato uno strumento di buona amministrazione dove, attraverso le regole del gioco, sarà selezionato l’operatore economico in grado si offrire il miglior servizio, senza comprimere eccessivamente la componente prezzo dell’offerta. Un servizio tecnico adeguatamente remunerato consente al RUP e alla struttura amministrativa di disporre di elaborati più solidi, verifiche più attendibili, direzione lavori più efficace e maggiore capacità di presidiare le criticità dell’esecuzione.

Ma, oltre il dato tecnico-giuridico, esiste una questione culturale.

L’equo compenso nei servizi di ingegneria e architettura non deve essere letto come un ostacolo alla concorrenza, ma come una condizione per una concorrenza più seria e più qualificata. Un compenso adeguato non garantisce, da solo, la qualità della prestazione. Ma un compenso inadeguato aumenta sensibilmente il rischio che quella qualità venga compromessa.

Perché progettare bene costa. Ma progettare male costa molto di più.

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